LA GIORNATA DI UN BABBO NATO NEL 1966
Pensare alla mia vita di bambino di 8 anni è ricordare un periodo sicuramente spensierato ed abbastanza sereno.
1971, poca televisione, quasi niente, c'era un solo canale, qualche cartone animato nei giorni di festa ed il mitico "Carosello" prima di andare a dormire. Poche macchine che si usavano esclusivamente quando erano indispensabili, un telefono solo nel posto pubblico, che era casa mia perchè allora mia madre gestiva un negozio di alimentari con annesso bar o meglio osteria, ma una bella osteria sempre piena di gente che giocava a briscola o a tre sette e che beveva qualche bicchiere di vino o vermouth e anche la marsala, fumando le nazionali senza filtro.
Il fumo era passivo, ma a me sembrava tutto bello, con il cartello in bellavista che diceva "qui non si bestemmia".
A volte aiutavo a servire in negozio o al bar, davo anche il resto quando mi pagavano facendo attenzione a non sbagliarmi. C'erano le belle lire allora ed un gelato costava una lira ma io i soldi non li avevo mai in tasca, credo che non mi servissero, anzi credo che non servissero a nessuno di noi bambini per divertirci, erano cose da grandi.
Ci si spostava a piedi o in bicicletta durante la bella stagione, ma non ci pesava, non avevamo l'orologio ad ossessionarci, ma ci si vedeva con gli amici comunque sempre ai soliti orari, quelli "naturali" e all'aperto, fuori di casa, perchè noi vivevamo sempre fuori di casa. La nostra vita era piacevolmente frenetica, ma niente stress, come niente piscina, niente allenamenti di calcio, niente lezioni di musica o di tennis, niente corse per riuscire a fare tutto e ad arrivare in tempo da qualche parte.
Semplicemente giocavamo tutti insieme, insieme ad ogni occasione possibile. Eravamo più maschi che femmine e quindi si giocava spesso a pallone. Avevamo allestito un campetto dietro casa mia a Santa Croce con tanto di porte e bandierine agli angoli. Avevamo messo anche le reti (rudimentali) alle porte perchè altrimenti il pallone finiva sempre sopra le rose di mia madre con suo grande disappunto e minacce di non farci giocare più. M c'era solo quel campetto e malgrado le rose spezzate abbiamo giocato lì fino a quando non sono arrivati i motorini e qualcuno a cominciato a farsi vedere di meno.
Mi piaceva molto andare nel bosco, fare delle escursioni con gli altri. Se trovavamo un bel posto costruivamo una capanna per nasconderci i nostri piccoli segreti o le cose che i grandi non dovevano vedere.
Passavamo molto tempo in mezzo agli alberi, ci arrampicavamo come degli scoiattoli alla ricerca del ramo più comodo dove sederci. Si stava fuori anche due o tre ore senza che nessuno si preoccupasse più del dovuto. Ogni tanto qualche voce ci chiamava "Dove siete?". Era sufficiente dire "Siamo qui", da lontano, senza magari che si capisse da dove arrivava la voce e tutto riprendeva come prima. Non avevamo paura di niente, forse perché non c'erano pericoli o forse la vita in generale era più tranquilla. I genitori facevano i genitori e i figli facevano i figli. I ruoli non si mischiavano mai, erano sempre molto precisi.
Quando il tempo era brutto e fuori non si poteva stare, allora si andava a casa di qualcuno, semplicemente, senza invito, non ce n'era bisogno, le chiavi erano sui portoni, si entrava, a volte senza neanche bussare, si salutava e si andava in camera dell'amichetto o nel tinello, perché allora c'erano i tinelli, oggi invece ci sono i salotti. Poi arrivava qualcun' altro che si univa, qualcuno arrivava in ritardo, i cellulari non c'erano a dire a tutti dove ti trovavi, e si giocava a carte, a monopoli, "a battaglia", vale a dire che si portavano dietro i soldatini, quelli alti al massimo 5 millimetri, che disponevamo in schieramenti da battaglia e poi si dava inizio alla guerra cercando di colpire l'esercito avversario con gli elastici che in pratica erano i colpi di cannone o i proiettili o le pietre delle catapulte se la battaglia era fra romani e cartaginesi. Allora in terza elementare studiavamo la storia di Roma o forse eravamo in quarta.
Si studiava pure, il dovere sempre prima del piacere e i compiti non te li faceva il babbo o la mamma, loro al massimo ti chiedevano se li avessi fatti.
Ovviamente era impensabile dire di no, per cui si studiava e si facevano i compiti così come la maestra te li dava altrimenti c'erano le famose note sul quaderno che significavano sicuramente ceffoni una volta tornati a casa.
Ho fatto le scuole elementari ad Arcevia, ma ero l'unico di Santa Croce. Non c'era il pulmino a portarmi a casa.
A volte capitava che i miei genitori non avessero il tempo di venirmi a prendere per cui tornavo a casa a piedi, 3 chilometri, passando per quella che gli arceviesi chiamano la "strada nova" e poi per lo stradello, che però una volta era la strada comunale, che ho sempre chiamato "serrone".
Erano delle belle passeggiate, mi piacevano perché appena lasciata la strada normale per il sentiero improvvisamente si apriva la vista su tutto l'orizzonte dei monti e della vallata e anche se allora non capivo il perché di queste emozioni, pensavo che ero fortunato a vivere lì e non in una città.
Ovviamente tutto questo accadeva solo con la bella stagione e in seguito, più grandicello, non sempre ebbi questi pensieri positivi sul luogo.
Non c'era soltanto il tempo passato con gli amici, mi piaceva anche girare nelle case degli altri, (a Santa Croce eravamo più o meno tutti parenti), specie nei pollai, nelle capanne dove c'erano conigli, oche, faraone, le cassette dei piccioni e poi i maiali, che però avevano uno spazio tutto loro. La cosa all'inizio non mi sembrava giusta, poi un Natale li sentii strillare così forte che capii che forse alla fine non erano così fortunati. Gli animali avevano il loro spazio e svolgevano il loro ruolo e tutto mi sembrava naturale anche che finissero nei bei forni a legna che quasi tutti avevano fuori casa e dove si coceva, in generale il sabato, il pane fatto a mano.
Ecco le mie giornate di bambino, tutto qui, niente di eccezionale o forse tutto eccezionale.
Il babbo di Pier Niccolò
LA GIORNATA DI UN BABBO (nato nel 1960) QUANDO AVEVA 8 ANNI.
Il babbo di Giulia scrive...
Quando avevo otto anni vivevo al "Borgo". E’ quella zona di Arcevia che si trova lungo via Marconi.
La mia giornata iniziava alle 7,30. Ero un gran pigrone e mia madre doveva sudare sette camicie per farmi alzare dal letto. Come un sonnambulo mi dirigevo in cucina dove mia madre, per colazione, mi aveva già preparato: l’"ovetto sbattuto", che dicevano facesse tanto bene, il latte con l’aggiunta dell’Ovomaltina ed i biscotti Bucaneve, i miei preferiti.
Finito di mangiare mi recavo di corsa in bagno perché altrimenti lo occupava mia sorella. Mi lavavo il viso ed i denti e tornavo in camera per vestirmi.
A scuola andavo a piedi accompagnato da mia sorella che ha due anni più di me.
Lungo il percorso, per raggiungere la scuola, ci fermavamo al "Bar Patregnani" per acquistare due pizzette rosse per la merenda. Allora costavano 40 lire. Se avevo un po’ di soldi a disposizione entravo nello spaccio di Peppe di Padò dove compravo delle figurine o dei dolciumi. A me piacevano tantissimo le caramelle Rossana.
Giunto a scuola aspettavo l’arrivo del maestro, insieme ai miei compagni, lungo il corridoio poi salivamo tutti insieme.
Avevo un unico insegnante che si chiamava Francesco Neri e sembrava uscito dal libro Cuore. Portava sempre un vestito scuro con il gilet e calzava dei scarponcini neri.
In inverno noi bambini mettevamo le merende sopra il radiatore per poi mangiarle calde.
La lezione iniziava alle 8,30 con la preghiera ed in seguito il maestro correggeva i compiti fatti a casa.
Tutti i pomeriggi avevamo i compiti da fare perché a quei tempi non c’era la scuola a tempo pieno.
Come libri di testo avevamo il sussidiario ed il libro di lettura. Molti di noi avevano anche un libro che si chiamava Roselline dal quale copiavamo cornicette o disegni da aggiungere ai testi di italiano.
La ricreazione la facevamo alle 10,30 ed approfittavamo di quel momento di pausa per scambiarci le figurine o per decidere quello che avremmo fatto nel pomeriggio.
Durante la lezione c’era un gran silenzio e non potevamo muoverci dal banco altrimenti il maestro ci sgridava e quando entrava il direttore ci alzavamo tutti in piedi ed all’unisono dicevamo: <Buongiorno signor direttore>.
I temi li componevamo prima in brutta copia e poi li riscrivevamo in bella. Disegnavamo solamente con i pastelli ed imparavamo a memoria tantissime poesie.
Storia e geografia le dovevamo studiare a casa ed il giorno successivo il maestro ci interrogava.
Alle 12,30 terminavano le lezioni ed io e mia sorella tornavamo a casa. Si pranzava circa alle 13 e subito dopo mi mettevo a fare i compiti.
Un pomeriggio a settimana ritornavo a scuola perché una maestra ci insegnava a fare degli oggetti con il Das che poi dipingevamo oppure disegnavamo con il pirografo su delle tavolette di legno. Si chiamava: doposcuola.
Appena avevo terminato di fare i compiti correvo a chiamare mio cugino che abitava al piano di sopra per andare a giocare. Ci divertivamo un mondo a giocare ai soldatini sulle scale di casa o ai pirati in soffitta oppure, se il tempo lo permetteva, a pallone sul terrazzo o a cow-boys nei prati.
Circa alle 17 facevo merenda con pane e Nutella e guardavo la "TV dei ragazzi".
Prima di andare a cena mi preparavo per la notte: mi lavavo ed indossavo il pigiama.
Cenavo alle 20 e dopo aver visto Carosello i miei genitori mi dicevano che era ora di andare a letto e mi davano la "santa benedizione".
Mia madre mi accompagnava in camera, mi rimboccava le coperte e mi dava un bacio.
Mi addormentavo immediatamente.
COSI’ SCRIVE UN ALTRO BABBO
LA MIA GIORNATA DI QUANDO AVEVO LA TUA ETA' (1968)
Mi alzavo alle ore 7.
Mi lavavo con acqua e sapone, il mio abbigliamento era un paio di pantaloni e una maglia;prendevo il caffè con il pane;a scuola andavo a piedi.
Le materie più importanti
erano:italiano,matematica e religione.
Tornavo a casa alle ore 12.30;mangiavo e poi andavo a badare le pecore nel campo,poi alla sera facevo i compiti.
Nel tempo libero giocavo con trattori di legno, pistole di legno, a pallone, a nascondino e vedevo la tv in bianco e nero.
Poi alla sera si cenava tutti insieme con i genitori e nonni e si andava a letto presto per iniziare un altro giorno.
UN ALTRO BABBO SCRIVE...